Come negli anni '90 le femministe hanno provato ad hackerare la rete
Quando la cultura digitale stava nascendo, un gruppo di donne aveva già capito che non sarebbe stata affatto uno strumento neutro, ma avrebbe incorporato e amplificato le disuguaglianze della società
Nel 1992, per le strade di Sydney cominciano a comparire immagini strane. Vengono affisse sopra le pubblicità, spedite per fax, lasciate come cartoline nei bagni pubblici. Chi le incontra per la prima volta non sa bene cosa sta osservando: un testo racchiuso in una sfera, circondato da icone fantascientifiche, scritto in un inglese tagliente e osceno. Parla di viscere e di clitoridi, di virus e di matrici digitali, di corpi che infettano le macchine. L’ultima riga dichiara: we are the future cunt - siamo la fica del futuro.
Era il manifesto di quattro artiste australiane - Josephine Starrs, Julianne Pierce, Francesca da Rimini e Virginia Barratt - che da qualche tempo avevano iniziato a incontrarsi in un appartamento di Adelaide con un obiettivo preciso: rubare i giocattoli ai “technocowboys” e rimodellare la cybercultura in un’ottica femminista. Si chiamavano VNS Matrix, e quello era il primo atto del cyberfemminismo.
Il manifesto si fa portavoce di un’oscenità ostentata, le parole che usa mischiano insulti e gergo accademico, biologia e codice. Tra le frasi più celebri c’è quella in cui dichiarano che il clitoride è una linea diretta con la matrix - con cui intendono dire che il corpo femminile non è un ostacolo da superare per accedere alla tecnologia, ma il punto da cui partire per trasformarla. Non somiglia a nessun femminismo contemporaneo. Eppure aveva una logica precisa, e per capirla bisogna capire cosa stava contestando.
In quegli anni la cultura digitale stava nascendo, ma alcuni tratti si stavano già sedimentando. Tra i tecnofili dell’informatica si stava affermando l’idea della rete come spazio finalmente libero dal corpo e dalle sue gerarchie - un territorio della mente pura, razionale, neutro. «Molti tecnofili dell’informatica si collegano alla macchina e vogliono dimenticarsi del corpo, rigettare la carne», avrebbe detto Josephine Starrs nel 1992. «Nel nostro lavoro non abbiamo finito con il corpo; il corpo è un luogo importante per le femministe».






