Nel 1992, per le strade di Sydney cominciano a comparire immagini strane. Vengono affisse sopra le pubblicità, spedite per fax, lasciate come cartoline nei bagni pubblici. Chi le incontra per la prima volta non sa bene cosa sta osservando: un testo racchiuso in una sfera, circondato da icone fantascientifiche, scritto in un inglese tagliente e osceno. Parla di viscere e di clitoridi, di virus e di matrici digitali, di corpi che infettano le macchine. L’ultima riga dichiara: we are the future cunt - siamo la fica del futuro.
Era il manifesto di quattro artiste australiane - Josephine Starrs, Julianne Pierce, Francesca da Rimini e Virginia Barratt - che da qualche tempo avevano iniziato a incontrarsi in un appartamento di Adelaide con un obiettivo preciso: rubare i giocattoli ai “technocowboys” e rimodellare la cybercultura in un’ottica femminista. Si chiamavano VNS Matrix, e quello era il primo atto del cyberfemminismo.
Il manifesto si fa portavoce di un’oscenità ostentata, le parole che usa mischiano insulti e gergo accademico, biologia e codice. Tra le frasi più celebri c’è quella in cui dichiarano che il clitoride è una linea diretta con la matrix - con cui intendono dire che il corpo femminile non è un ostacolo da superare per accedere alla tecnologia, ma il punto da cui partire per trasformarla. Non somiglia a nessun femminismo contemporaneo. Eppure aveva una logica precisa, e per capirla bisogna capire cosa stava contestando.
In quegli anni la cultura digitale stava nascendo, ma alcuni tratti si stavano già sedimentando. Tra i tecnofili dell’informatica si stava affermando l’idea della rete come spazio finalmente libero dal corpo e dalle sue gerarchie - un territorio della mente pura, razionale, neutro. «Molti tecnofili dell’informatica si collegano alla macchina e vogliono dimenticarsi del corpo, rigettare la carne», avrebbe detto Josephine Starrs nel 1992. «Nel nostro lavoro non abbiamo finito con il corpo; il corpo è un luogo importante per le femministe».





