Insieme felici e contente, solo tra donne
Una suggestione o qualcosa davvero possibile? Il cohousing tra donne come non ce l'hanno mai raccontato
Capita spesso, nelle cene con le amiche, che a un certo punto qualcuna butti lì la proposta: “ma perché non molliamo tutto, rileviamo una colonica e andiamo a vivere insieme, solo noi?”. Alcune ridono, altre la prendono sul serio ma nel giro di due portate ce la siamo già dimenticata. Alla cena successiva torna puntuale, come se non fosse mai stata detta. La scrittrice Lily Meyer, in un pezzo uscito di recente su The Atlantic, nota che questo desiderio, che con le amiche riusciamo appena ad abbozzare, ha trovato una forma letteraria precisa: negli ultimi anni sono usciti romanzi in Giappone, in Corea del Sud, in Danimarca, che raccontano di donne che, in coppia o in gruppo, hanno smesso di organizzare la propria vita intorno alle relazioni romantiche eterosessuali per costruire qualcosa di diverso.
Per quanto possa apparire una novità un po’ esotica, si tratta in realtà di qualcosa che avevamo ben presente anche in Europa. Già nel Medioevo le beghine - comunità di donne diffuse soprattutto nei Paesi Bassi e in Germania - vivevano insieme, lavoravano insieme occupandosi dell’assistenza ai bisognosi, si prendevano cura le une delle altre senza dipendere né da un marito né da un ordine religioso. Una forma di vita autonoma, collocata in uno spazio ibrido tra il secolare e il religioso, che sfuggiva al controllo sia ecclesiastico sia matrimoniale; la Chiesa “la tollerò” a lungo, con diffidenza crescente, finché non decise di perseguitarla.
Non è un caso che oggi il termine “beghina” sia rimasto in uso con un significato quasi opposto, a indicare una donna bigotta, moralista e ipocrita nella devozione - esattamente il contrario di quella libertà pratica che le beghine storiche avevano costruito. La parola è sopravvissuta alla pratica, e l’ha sepolta nel dileggio.
Un meccanismo simile si è ripetuto secoli dopo, in forma diversa. Nella seconda metà dell’Ottocento, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, era piuttosto comune che due donne - manco a dirlo borghesi, istruite, economicamente indipendenti - scegliessero di condividere casa e vita: le cosiddette “Boston marriages”, convivenze che non richiedevano spiegazioni e non destavano particolare scandalo. La storica Lillian Faderman, nel suo Surpassing the Love of Men, ha ricostruito come queste forme di vita siano state a lungo socialmente tollerate e, in alcuni casi, apprezzate. Fu solo con l’affermarsi della sessuologia di fine secolo - un nome su tutti: sempre lui, Freud - che l’intimità e la solidarietà tra donne cominciò a essere letta come patologia, e quella forma di vita perse la sua legittimità culturale. Non scomparve: venne resa sospetta. Qualcosa di simile sta accadendo oggi, in tutt’altro contesto geografico.






