La magrezza di Arisa è un tradimento di categoria?
Prima è toccato a BigMama, ora Arisa. Un dibattito totalmente assente per gli uomini. Ma il culto della magrezza non è tornato, non se n'è mai andato
All’inizio dell’anno Big Mama, che molti avevano eletto paladina della fat acceptance, si è mostrata dimagrita. Di fronte alle accuse di chi le chiedeva dove fosse finita la body positivity, ha rivendicato il diritto di fare del suo corpo quello che vuole. Qualcosa di analogo sta accadendo in questi giorni ad Arisa, che in un’intervista al Corriere ha dichiarato di sentirsi più sexy e femminile con qualche chilo in meno: le ultime foto, in cui appare ancora più magra, hanno riaperto il solito dibattito sul suo corpo, finché pochi giorni fa, in un post-sfogo, l’artista ha scritto “ascoltatemi e non guardatemi più”.
Arisa, ti capiamo. I corpi delle donne sono da sempre oggetto di commenti non richiesti, una forma di osservazione continua e sfiancante. La correlazione automatica tra magrezza, salute, valore estetico e persino autorevolezza è talmente interiorizzata da risultare quasi invisibile. Lo stesso accade ogni volta che si discute di abiti giusti o sbagliati, con quel “ma come ti vesti?!” che le ragazze della mia generazione hanno imparato a normalizzare grazie all’omonimo programma televisivo. Un linguaggio ora amplificato dai social che hanno reso tutto questo pervasivo, capillare, e hanno trasformato l’immagine di una donna (fateci caso: quante volte si parla del corpo degli uomini? Esatto.) in una ghiotta occasione di giudizio collettivo gratuito.
Sotto un post di Fab! che accostava due immagini di Arisa (tipica tecnica del cane con l’osso: parliamo di quanto sia sbagliato giudicare i corpi delle donne, dando in pasto esattamente le immagini prima e dopo, sfoglia la gallery, e tu che ne pensi?), è apparso un commento che fa da cartina di tornasole: “Il concetto di body positivity ci sta sfuggendo di mano - scrive un’utente - siamo arrivati al punto che non si può più dire nulla!”
Il ragionamento sotteso è preciso: se solo si potesse commentare, si potrebbe intervenire; se solo la body positivity non avesse messo il bavaglio sui corpi, queste donne potrebbero salvarsi. Il commento diventa atto salvifico, la sua assenza una colpa collettiva.
Il paradosso è che la stessa accusa, ribaltata di centottanta gradi, circola con uguale intensità quando i corpi in questione sono grassi: lì la body positivity viene chiamata in causa perché li promuove, li normalizza, li rende accettabili quando non lo dovrebbero essere. Responsabile di tutto e del contrario di tutto, funziona come un capro espiatorio mobile, adattabile a qualsiasi contesto; e in nessuno dei due casi lo sguardo si sposta su ciò che invece produce quelle condizioni.
La body positivity viene chiamata in causa anche ne Il diavolo veste Prada 2.
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