thePeriod

thePeriod

La disabilità che ci rassicura (il caso Paolo Ruffini)

Reel, spettacoli teatrali, libri. Valentina Tomirotti si azzarda a criticarlo, rompe il copione in cui la persona disabile sorride e ringrazia: viene ricoperta di insulti

Avatar di thePeriod
Avatar di Alessia Dulbecco
thePeriod e Alessia Dulbecco
mag 22, 2026
∙ A pagamento

Settimana scorsa, al Salone del Libro di Torino, mi sono ritrovata a seguire un gruppo di persone che avanzava a passo svelto verso una sala ancora chiusa. Controllavano nervosamente il programma sul telefono con l’aria di chi teme di restare fuori. Li ho seguiti quasi per inerzia, colpita dalla composizione del gruppo: ragazzi molto giovani, anziani, coppie sulla cinquantina. Chi stanno aspettando?, mi sono chiesta.

Davanti all’ingresso ho capito: Paolo Ruffini.

Per chi ha più di trent’anni, Ruffini è stato a lungo la voce più riconoscibile del Nido del Cuculo, il collettivo livornese diventato celebre nei primi Duemila per i doppiaggi demenziali in vernacolo. Oggi la sua traiettoria pubblica è completamente diversa. Da anni costruisce sui social un enorme successo — oltre due milioni e mezzo di follower su Instagram — attorno a contenuti emotivi che ruotano intorno alla disabilità, alla fragilità, alla spontaneità infantile.

Prima sono arrivati i format con bambini e anziani, Il Babysitter e Il Badante, che hanno totalizzato decine di milioni di visualizzazioni e dato vita anche a spettacoli teatrali. Poi Din Don Down – Alla ricerca di (D)io, realizzato con la compagnia Mayor Von Frinzius, che dal 2024 macina repliche sold out in tutta Italia. A gennaio è uscito anche Io sono perfetto, romanzo finalista al Premio Bancarella, presentato proprio al Salone.

Guardando i suoi contenuti, il meccanismo narrativo è quasi sempre lo stesso. Ruffini pone domande apparentemente profonde — “Credi in Dio?”, “Come si fa a non arrabbiarsi?” — a persone con sindrome di Down, costruendo clip brevi, emotive, immediatamente condivisibili. L’effetto finale è: tenerezza, commozione, leggerezza.

Davide, ventinove anni, prova a spiegare come si faccia ad “avere sempre il sorriso”. Si interrompe, perde il filo, ride. Nei commenti arrivano subito le stesse reazioni: “Sei un angelo”, “Questi ragazzi insegnano a vivere”, “Grazie Paolo per quello che fai”.

Tra i tanti commenti c’è sempre qualcuno che si rivolge direttamente a Ruffini. Un follower scrive: «Chi dice che la normalità è circoscritta alle persone che sembrano normali deve rivedere questo pregiudizio. Grazie Paolo, con te è cambiata la mia visione della normalità».

Chi non è stata ringraziata, invece, è Valentina Tomirotti, giornalista e consulente in comunicazione inclusiva, che nel podcast Parola di Ca$h di Gonzo Magazine ha provato a spostare il discorso dagli effetti emotivi di Ruffini alla struttura narrativa che li produce. «Vi piace la disabilità quando è storytelling» ha detto. La puntata le è costata una shitstorm e un’ondata di insulti.

Continua a leggere con una prova gratuita di 7 giorni

Iscriviti a thePeriod per continuare a leggere questo post e ottenere 7 giorni di accesso gratuito agli archivi completi dei post.

Già abbonato a pagamento? Accedi
Avatar di Alessia Dulbecco
Un post ospite di
Alessia Dulbecco
pedagogista, formatrice, scrittrice. mi occupo di femminismi e questioni di genere
Iscriviti a Alessia
© 2026 thePeriod · Privacy ∙ Condizioni ∙ Notifica di raccolta
Crea il tuo SubstackScarica l'app
Substack è la casa della grande cultura